17 febbraio 2010
Intervista a Simone Sbarbati di Frizzifrizzi.it
Scritto da Manuel LaBrown in: anno 1 - numero 0 .

Hai creato Freshcut magazine, uno dei primi magazine italiani in pdf. Hai collaborato con alcune riviste ed attualmente scrivi su Bang Art. Sei stato co-fondatore di Shopper (una rivista formato poster), e sei co-fondatore di Frizzifrizzi (una rivista on-line con migliaia di visitatori). Hai scoperto un utilizzo segretissimo delle riviste, o forse il tuo è solo sano feticismo? Da cosa nasce questa tua passione per i magazine?
«Sano feticismo. In realtà vorrei fare molto di più ma soffro di amnesie frequenti che, oltre a farmi dimenticare il nome di chi ho conosciuto 5 minuti prima, mi fa anche dimenticare molti, troppi progetti in cui mi piacerebbe imbarcarmi ma che poi rimangono solo aria fritta».
C’è qualche rivista che volevi ideare e che poi hai abbandonato? Ora, mentre ti senti in colpa per averla fatta soffrire, vuoi parlarci di quest’idea?
«Per un po’ mi è girata in testa la voglia di provare a fare una rivista-laboratorio. Giovani autori che scrivono e parlano di cose, quello che vogliono: non i soliti racconti, più che altro mini-saggi. E immagini che riempissero gli spazi bianchi e spazi bianchi dove dovrebbero esserci
immagini. Una cosa così. Altra idea, anche questa mai partita, un blog di poesie sponsorizzate. Invece di parlare dell’ultimo paio di Nike lo scrivi in rima, con link al prodotto».
Cosa ti ha lasciato l’ormai conclusa esperienza di Freshcut magazine?
«La voglia, di tanto in tanto, di riprendere in mano il progetto di cui tanti, stando a quanto mi scrivono, sentono la mancanza. Nonostante oggi ci siano in giro tante alternative in qualche modo affini a quello che facevamo noi».
L’idea del formato poster per la rivista Shopper com’è nata?
«Ci eravamo dati un anno di tempo per vedere come andava ma i tempi probabilmente non erano ancora maturi. Però ci hanno “scopiazzato” in diversi, il che fa sempre piacere. L’idea del formato poster è dei nostri amici di Stirato, co-fondatori di Shopper insieme a Frizzifrizzi e Busta. Loro già da anni fanno un postermagazine (Stirato, appunto) e credo siano stati proprio i primi a lanciare questo formato».
Su Frizzifrizzi, tra i tanti contenuti, c’è una completissima rubrica sui magazine (sia su carta che online). Come ti sembra stia cambiando il panorama dei magazine e quali sono le ultime tendenze?
«Dopo il primo boom delle webzines in pdf, nei primi anni ‘00, si è passati al formato blog ed ora c’è una specie di rinascita del pdf, anche grazie a quella fantastica invenzione che è Issuu, che ti permette di sfogliare online la rivista senza per forza dovertela scaricare. Da quanto “monitoriamo” le riviste in rete, prima con Freshcut poi con Frizzifrizzi, c’è stato decisamente un grande ricambio: tanti progetti, anche storici, sono “morti”, mentre di nuovi ne nascono in continuazione. C’è da dire che qualche paginetta di fashion ora ce la mettono tutti, a differenza di qualche anno fa. Più che altro serve per trovare sponsor: con la sola arte è dura!».
Il magazine più brutto che ti è passato sottomano?
«Per fortuna le cose brutte le dimentico presto quindi non saprei dirti la più brutta. Se parliamo di realtà indipendenti e low-cost (o costo zero) ne ho visto diverse davvero orrende ma mi spiacerebbe far nomi perché si tratta comunque di progetti portati avanti per pura passione quindi meritano comunque massimo rispetto, nonostante il risultato. Se parliamo invece di magazines con alle spalle un editore ed una raccolta pubblicitaria, posso dirti che non amo particolarmente diverse testate femminili come Flair, Cosmopolitan, Vanity Fair. Anche D di Repubblica… non ho capito il restyling che hanno fatto. E’ cambiata la buccia ma il succo è sempre lo stesso e lo vedo un po’ in declino, mi spiace, perché hanno parlato di noi diverse volte quindi onore al merito a chi ci lavora per essere attento anche a quel che succede sul web, e non arriva dall’estero».
Voi di Frizzifrizzi avete delle riviste amiche e delle riviste nemiche?
«Sì, come tutti. Tra bloggers ci conosciamo più o meno tutti: parlo dei
“soliti” ovvero noi, think.bigchief, Contemporary Standard, Freshngood,
Providermag, Setyourstyle, Elmanco (prima che chiudesse, purtroppo!) ecc… Con quelli più “istituzionali” non ho grandi rapporti. Decine di altri li conosco solo via mail e non mi ricordo di grosse litigate. Con altri ancora ci si ignora beatamente. Tra le riviste cartacee abbiamo avuto qualche battibecco con quelli di Next Exit ed Exibart».
C’è una rivista che ti ha colpito, che ha stravolto i canoni ai quali eri abituato?
«Proprio stravolto direi di no. Chi ci si è avvicinato di più è stato Vice, la prima volta che l’ho visto, prima che venisse lanciata anche la versione italiana. Poi per un periodo sono andato pazzo per le webzines russe tipo Parazit: fatte malissimo ma capivi che dietro ad ogni pixel c’era una gran passione e tanto tanto divertimento».
Qual’è il magazine preferito di Simone Sbarbati?
«Probabilmente A Magazine Curated By, anche se dipende di volta in volta a chi è affidato».

